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Mogoro

Data: 20/08/2007
Categoria articolo: Paesi di Sardegna
a cura di testi e foto dal sito ufficiale del Comune di Mogoro

Il paese




  • Popolazione residente: 4636
  • Superficie: 48,94 kmq
  • Altimetria: 135 m s.l.m.

Panorama del paeseIl paese di Mogoro è situato nel settore centro-occidentale dell'isola sarda e si eleva ad un"altezza media di circa 135 m s.l.m. E’ adagiato sul versante meridionale dei contrafforti vulcanici dell’Arci e conta una popolazione di circa 5000 abitanti. Ubicato nell’estrema porzione meridionale della provincia di Oristano, confina con Masullas a nord, con Gonnostramatza e Collinas ad est, con Sardara a sud-est, con Pabillonis a sud, con S. Nicolò d’Arcidano a sud-ovest ed infine con Uras ad occidente. La regione geografica d’antica appartenenza, all'interno dello storico Giudicato d’Arborea, è denominata Parte Montis.


Il territorio Mogorese è, inoltre, inserito nel Parco Geominerario Storico ed Ambientale della Sardegna, Area 1, Monte Arci, riconosciuto dall’U.N.E.S.C.O.


Scorcio del centro storicoMogoro con i suoi 4 mila 636 abitanti è uno dei maggiori centri della provincia. Agricoltura e allevamento sono le principali attività economiche, seguite da un fiorente artigianato, tessile, del legno e agroalimentare che, insieme al settore vitivinicolo, ha un’importante vetrina nell’ormai tradizionale fiera del tappeto.


C’è un sogno che assorbe Mogoro da anni: coniugare artigianato fiorente a poesia, narrativa, arte e cultura. A questo lavorano da tempo Pro Loco, Premio Letterario Marmilla e la compagnia Teatro Tragodia insieme ad altri artisti. L’obbiettivo è creare un polo d’attrazione culturale ed artistica salvaguardando e diffondendo lingua e cultura della Sardegna. Ed è questo lo scopo del teatro comunale a conchiglia di prossima ultimazione: uno spazio di 1500 posti che permetterà anche alle grandi manifestazioni di approdare nel cuore della Marmilla.


Il Toponimo
Panorama del paese innevatoOggi la maggior parte degli studiosi concorda nel far risalire il toponimo Mogoro al basco Mokòr e allo spagnolo Mogòte = altopiano, cima collinare, collina bassa. Ma altre ipotesi sono state avanzate nel corso del tempo. Giovanni Spano lo fa derivare da mogheròs = luogo faticoso o da mahor = stanziamento od ospizio, ma ipotizza anche un’origine dal fenicio makor = fonte, dato che a Mogoro ci sono due rioni denominati s’Arrocchibi e Funtanedda dove esistono due sorgenti d’acqua. Il Ferrer affianca il toponimo Mogoro a Moko- r = altura, elevazione e al catalano antico mùgoro e minorchino mugarò = punta di mammella.


L'economia



VignetoL’agricoltura rappresenta ancora il settore trainante l’economia mogorese, in stretto legame col settore vitivinicolo simboleggiato dalla cantina sociale "Il Nuraghe”. Importante anche il settore agroalimentare con le sue produzioni tipiche sia su scala artigianale che industriale. 


Nella cittadina sono presenti una serie di attività commerciali e di servizi che occupano una fetta importante della popolazione attiva, come aziende che lavorano ferro e alluminio, mobilifici, officine meccaniche, imprese edili e di trasporti.


Fiera del tappetoTuttavia Mogoro è soprattutto sinonimo di lavorazione artigianale. Di arazzi e tappeti. Ma anche di scanni, cassepanche e tavoli e intagliati. Ogni anno la Fiera del tappeto fa da vetrina a questi tesori dal sapore antico da sempre lavorati con arte dagli artigiani mogoresi


Attualmente anche a Mogoro, parimenti ad altri paesi della Marmilla, sta avendo un notevole incremento il settore del turismo culturale, degli itinerari archeologici e dei percorsi religiosi.


Archeologia



Base di un vecchio cappanno con l'abitato di Mogoro sullo sfondoIl territorio di Mogoro conserva importanti testimonianze archeologiche a partire dalla Preistoria. In località Puisteris, ai margini del tavolato basaltico di Perdiana e a breve distanza dal rio Mogoro, è situato un insediamento prenuragico di grande rilevanza. Qui a partire dagli anni ’50 le ricerche archeologiche hanno messo in luce uno dei più importanti villaggi neolitici della Sardegna, con resti di oltre 260 strutture capannicole di varia forma; l’insediamento dovette costituire, durante il Neolitico, un ricco centro di lavorazione dell’ossidiana del Monte Arci.


L’antropizzazione di età nuragica è documentata dalla presenza di numerosi monumenti; tra questi il più importante è il complesso di Cuccurada. posto sullo sperone meridionale di un altopiano basaltico e oggetto di recenti scavi; possono ricordarsi inoltre i nuraghi di Su Guventu Arrubiu, Arratzu, Enna Pruna, Nieddu, Is Carrelis, S. Barbara, Mudegu e il pozzo sacro di Pauli Atzuvau.


Monili e lisciatoi - Cultura di Ozieri e Monte ClaroIl territorio mogorese conserva poi i resti di un gran numero di insediamenti punici e romani. Tra i primi possono segnalarsi i siti di Bonorzuli, Serra 'e Furca, Tradoriu, Cracaxia, Is Nuracis, S’Arxidda; tra gli insediamenti romani si ricordano quelli attorno ai nuraghi Mudegu, Arratzu, Nieddu e, nella località di Bonorcili, Santu Pedru, Cort’e Marroni, Serra Muru, Santu Simioni, Palas de Litteras, Canali, Perda Funtana, Piscina Monti, S’Arxidda, Pisceri. Un ponte ritenuto di età romana è visibile in località Su Ponti Becciu. Nel territorio sono state individuate anche le tracce di villaggi medievali scomparsi nei secoli XV e XVI.


In località Ponte Carcaxia sorge la chiesa di S. Maria di Carcaxia, in parte ricostruita nel 1922. Fino all’inizio dell’età moderna era stata la parrocchiale di un villaggio poi abbandonato.


Preistoria



La cultura di Ozieri
Tipologia costruttiva del capanno preistoricoRecenti scoperte permettono di far risalire la presenza dell’uomo nel suolo mogorese al Paleolitico superiore (circa 13 mila anni fa), grazie alle datazioni degli strati archeologici ottenute con tecniche d’avanguardia. Mancano a tutt’oggi testimonianze riferibili al Neolitico antico (6000-3800-b.c.), ma a Serra sa furca e a Puisteris, rinvenimenti riferibili alla cultura Bonu Ighinu, attestano la presenza dell’uomo durante il Neolitico medio (3800-3400 b.c.). In questi siti si hanno anche attestazioni del Neolitico recente, in particolare della cultura di San Ciriaco e della cultura di Ozieri riferibile al Neolitico finale- Calcolitico (fine IV millennio- primi secoli del III).


Bassorilievo preistorico incluso nella chiesa di Sant'AntiocoLa diffusione dell’uomo nel territorio mogorese in epoca neolitica è testimoniata, inoltre, dai numerosi “centri di raccolta e di lavorazione” dell’ossidiana rinvenuti intorno alla metà del secolo scorso. Nato probabilmente come centro di lavorazione dell’ossidiana è l’importante villaggio di Puisteris, che sembra aver avuto un notevole sviluppo all’epoca della cultura di Ozieri, civiltà che ha lasciato preziose testimonianze anche in altri siti del mogorese come Is Arenas is Nuracis, Mannias e Nuraxi Serra sa Furca.


Altri popoli mediterranei portarono nuovi fermenti di civiltà anche in Sardegna, mutando, fondendo e rielaborando con nuove tecniche la civiltà di S. Michele. Si passò così dallo stadio pacifico matriarcale a una civiltà di guerrieri patriarchi. Le capanne di frasche non rispondono più alle esigenze di un tempo e i due popoli uniti modificano e valorizzano le costruzioni in pietra fino ad arrivare alla complessa civiltà dei nuraghi.


La cultura di Monte Claro
Territorio del Nuraghe CuccuradaLa cultura di Monte Claro, sviluppatasi nell’isola tra il 2400 ed il 2100 b.c., nel mogorese ha preziose ed importanti documentazioni nel villaggio de Su Guventu ed Ena Pruna. Testimonianze di età Monte Claro provengono anche da Cuccurada, un insieme monumentale che comprende un imponente nuraghe polilobato, una ancora misteriosa struttura ciclopica ed i resti di una muraglia megalitica, e dal villaggio di Santa Maria di recente scoperta.


Si pensa che l’arrivo della metallurgia e i conseguenti spostamenti di gruppi umani alla ricerca di metalli abbiano determinato un clima di instabilità politica. Di qui la necessità di controllare vie di comunicazione e spostare gli abitati in zone di ampio dominio visivo. Inoltre lo sfruttamento agricolo e l’inaridimento del clima possono aver spinto l’uomo alla ricerca di nuove terre e allo scontro per il controllo del territorio.


Pozzo nuragico presso I LacchitteddusIl fiorire delle cinte megalitiche durante l’età del Rame secondo gli studiosi mostra come si sia venuto a creare nel Mediterraneo una situazione di generale “irrequietezza”, legata verosimilmente alla ricerca, estrazione, commercio e lavorazione dei metalli. A quest’epoca si continua ad abitare in villaggi di capanne circolari, con l’aggiunta della zoccolatura in pietra. Soprattutto nel Cagliaritano e nell’Oristanese, si continuano a seppellire i morti in tombe ipogeiche, in grotte naturali, in tombe terranee e si può ipotizzare che si conservassero le credenze religiose del precedente periodo.


Età punica



Stele punicaVerso il 509 a.C., alla conclusione della guerra combattuta con alterne vicende contro i sardi, Cartagine aveva il controllo di tutti i mari della Sardegna e il controllo diretto punico si estendeva nell’entroterra fino a raggiungere località molto lontane dal mare.


La presenza dell’importante scalo portuale della città di Neapolis, con le sue vie di penetrazione, assicurava oltre alla pesca, il fabbisogno dei metalli e di derrate alimentari per il consumo locale e per il commercio.
Stele punica ritrovata in località S'Axridda - Foto tratta dal libro "I ponti romani in Sardegna" di Fois Foiso - 1964 Gallizzi EditoreVennero interessate da tali eventi anche le fertili regioni del Part’ ‘e Montis e della Marmilla con la valle di penetrazione del Rio Mogoro, dove oltre al tempio dedicato al Dio-“Sid-Sardo-Babbai” ipotizzato dal prof. Puxeddu nel paese di Siddi, si sono trovate anche altre testimonianze archeologiche.

Nel territorio mogorese, oltre alla stele funeraria trovata nella regione S’Arxidda e custodita nel museo di Cagliari si hanno testimonianze di tale periodo soprattutto nelle località di Cot”e Marroni e Is Nuracis: tombe e cocci di vasellame vario, ma anche steli funerarie purtroppo oggi disperse.

 


Dal medioevo al Regno d'Italia



Ruderi di Bonorcili circondati da un campo di granoIn età medievale Mogoro fece parte del Giudicato d'Arborea e in particolare della curatoria di Part’e Montis, di cui fu anche capoluogo. Nel 1355, all’indomani della pace tra Aragona e Arborea, inviò propri rappresentanti al primo parlamento (le Cortes) convocato a Cagliari da Pietro IV d’Aragona. In quello stesso anno fu concesso in feudo dal sovrano aragonese a Francesco di San Clemente.
Devoluto a Giordano Tola nel 1421, venne venduto nel 1442 al mercante di Sassari Giacomo Manca, ma passò a Galzerado Torella e ai suoi fratelli nel 1464.
Nella prima metà del Cinquecento in seguito alle continue incursioni dei Saraceni il villaggio di Bonorcili venne distrutto e gran parte dei profughi si rifugiarono a Mogoro.
In epoca ormai spagnola, passò da Anna Serra Bernart a Gerolamo Sanjust per poi divenire proprietà dei conti Quirra nel 1603.


Rovine di Bonorcili: particolare delle muraDopo la caduta del Marchesato di Oristano, Mogoro seguì le sorti della contea e del marchesato di Quirra sotto i Carroz fino ai Centelles e agli Osorio della Cueva. Agli inizi del secolo XVI, Mogoro accolse i profughi di Bonorcili, l’abitato medievale situato nella pianura del Campidano, dove sono attualmente impiantati i vigneti di Is Arenas, distrutto da un assalto piratesco dei Saraceni che attaccarono anche i paesi vicini di Terralba, Uras e San Nicolò Arcidano.


Fu riscattato nel 1839 durante il Regno di Carlo Alberto secondo le disposizioni della Carta Reale promulgata nel 1835 che tendeva a rientrare in possesso delle vaste estensioni incolte e trascurate dai feudatari. Entrò a far parte del Regno d’Italia dopo l’unificazione raggiunta nel 1861.


Guerre, fascismo e moti di Sant'Antioco



Il tributo che Mogoro pagò alle due guerre mondiali fu altissimo. Settanta furono i caduti e i 21 mutilati su poco più di 3 mila abitanti durante la prima guerra, mentre 16 i caduti durante la seconda. Anche il dopoguerra fu duro. Il primo, in particolare, fu segnato da proteste popolari, disoccupazione ed emigrazione. Tant'è che per combattere la disoccupazione vennero ripresi dall’amministrazione comunale vecchi progetti come la costruzione del mattatoio e del nuovo cimitero.


La diga di Mogoro Intanto a livello nazionale ex combattenti e scontenti ingrossavano le fila del neonato partito fascista, partito che a Mogoro nacque nel 1923 anche se l’anno successivo per le elezioni politiche i fascisti ottennero un grave smacco dai sardisti con appena 143 voti contro i loro 237. È nel 1926 che arriva anche a Mogoro, Masullas e Siris il podestà, don Ferdinando Dedoni seguito nel 1929 dal torinese Oreste Rosaspina, rimasto famoso per aver portato a Mogoro luce elettrica e servizio di nettezza urbana, ma anche per la rivolta contro di lui avvenuta in occasione della festa di Sant’Antioco del 1930. Era stata infatti la mancata autorizzazione alla processione per i festeggiamenti del Santo ad esasperare il malcontento della popolazione fino alla ribellione vera e propria contro la forza pubblica che aveva finito per sparare sulla folla uccidendo un giovane, Giovanni Maccioni, e ferendone numerosi altri.


Casa del Guardiano della Diga Al periodo fascista è però anche legato l’inizio dei lavori per caseggiato scolastico in piazza Sant’Antioco, diga sul rio Mogoro e ponte. Senza contare che il paese dovette ospitare oltre mille sfollati provenienti da Cagliari e circa tremila tedeschi appartenenti alla novantesima corazzata. Proprio durante i bombardamenti di Cagliari anche il liceo ginnasio "Dettori" venne trasferito nel nuovo caseggiato scolastico di Mogoro dove venne ospitato anche il comando del Settimo.


Aspetti climatici e idrografici



Il canalone del Rio MurtasIl territorio è interessato da un clima di tipo temperato-caldo con forte connotazione di bistagionalità ossia: una stagione fresca e piovosa, coincidente con l'autunno-inverno, ed una stagione caldo-arida relativa alla primavera-estate. La temperatura media annua è di 25 °C e le precipitazioni medie annue sono di circa 700 mm.


La zona è attraversata da un complesso reticolo di rii, rivoli e torrenti, contraddistinti dall’esigua temporaneità del flusso e dal regime di tipo irregolare e torrentizio dettato dall'andamento climatico bistagionale: il letto appare asciutto d'estate e con piene improvvise, ma effimere, nella stagione piovosa. Ricordiamo il Riu Sassu, la Gora Canali Furau, la Gora Canali Aintru e la Gora Spadua, il Riu Murtas, il Riu Serra Muru ed il Riu Is Carrelis.


Rio Mogoro fra i pioppiDiscorso particolare è riservato al Riu Flumineddu che scorre nel settore orientale raccogliendo le acque provenienti da Masullas e dal Rio Laccus di Pompu (provenienti dal Monte Arci di Morgongiori), per poi confluire quale importante tributario nel principale corso d’acqua del territorio: il Riu Mogoro.


Le sorgenti sono scarse ed attive solo durante le stagioni piovose. Rammentiamo le seguenti mitzas: Serra Muru (perenne), Is Carrelis (perenne), Santa Ittoria, Canali Aintru (perenne) ed altre minori.


Acquitrinio di ristagno temporaneo (pauli)Durante la stagione invernale e primaverile si assiste ad un fenomeno del tutto simile a quello che interessa la Giara di Gesturi: la formazione di acquitrini di ristagno temporaneo, i Paulis, dove trovano habitat ideale numerose specie vegetali ed animali.


Aspetti geologici



Gli altopiani basaltici sormontano i sedimenti marini miocenici Le rocce più antiche che affiorano nel territorio mogorese appartengono al periodo miocenico e si possono osservare soprattutto nel settore orientale, in località Forada Manna, Cuccuru s’Arrecca, Pala Cerbu, Santa Ittoria, Muntonargi, Serra Neula e Craccaxia; in questi siti affiorano gli antichi sedimenti marini (oggi calcari, marne ed arenarie) ricchi di organismi fossili. In località Pedreras, sino a mezzo secolo fa, si “cavavano” blocchi di arenaria per la costruzione dei tipici edifici del centro storico di Mogoro.


Il diatrema vulcanico di Cruccu Cruccu di Mogoro (207 m s.l.m.) è invece il risultato di un vulcanesimo in ambiente subacqueo del Miocene: è costituito quindi da rocce basiche riferibili al primo ciclo magmatico del Monte arci. Tali diatremi vulcanici inframiocenici, rappresentano affioramenti discontinui nel “mare” di sedimenti marnoso-arenacei nel Miocene della Marmilla.


Questi antichi sedimenti marini sono stati in parte ricoperti da espandimenti lavici che hanno dato origine agli attuali altopiani basaltici di Sa Struvina e Perdiana, nonché ai più piccoli tavolati di Pranu Ollastus, Praneddu, Campu Perdixi e Bonorcili.


Rocce di arenariaTutta la zona sud-occidentale è interessata da sabbie eoliche, originate cioè dai venti di maestrale che, nel Quaternario, soffiavano forti trasportando materiali in sospensione dalle coste all’interno. Oggi si trovano accumulate in regione Pauli Zuvau, Murdegu Eru, Perda Margiani, ... dove da tempo memorabile l’uomo ha coltivato i rinomati vigneti di Is Arenas.


Flora e vegetazione



Mandorli in fiore Possiamo schematizzare e suddividere il territorio di Mogoro nelle seguenti unità paesaggistiche:



  • Zone adibite prevalentemente alla coltivazione di piante erbacee annuali non spontanee;
  • Zone utilizzate per colture legnose permanenti o perenni: vigneti, uliveti, mandorleti, agrumeti;
  • Zone adibite a rimboschimento con specie non autoctone quali pini, eucaliptus;

Frutti del lentisco Le suddette zone vanno a costituire il cosiddetto paesaggio vegetale antropico, giacché la continua influenza dell'uomo in determinate parti del territorio ne ha cambiato i connotati di naturalità originaria.


Seguono unità di paesaggio contraddistinte da maggior naturalità rispetto al "paesaggio antropico":



  • Zone rupicole in cui è prevalente l'aspetto di roccia nuda;
  • Zone caratterizzate da prevalente vegetazione erbacea naturale (pascolo naturale) intercalata a gariga o arbusti ed alberi sparsi;
  • Zone coperte da macchia mediterranea più o meno evoluta verso l'aspetto basso e monospecifico (landa), o alta e diversificata (macchia-foresta) e comunque sempre caratterizzata dall'aspetto legnoso dei componenti l'associazione;
  • Zone interessate da bosco, ceduo o a fustaia, in cui la struttura è sempre e comunque dettata dalla presenza di specie a portamento arboreo.

Il bosco di leccio presso Padenti Il bosco di leccio (Quercus ilex) rappresenta un tipo di copertura vegetale poco diffusa, estesa quasi esclusivamente ai bordi degli altopiani basaltici. Tale bosco risulta talvolta impenetrabile per la presenza di specie lianose che formano un fitto groviglio, Rovo (Rubus ulmifolius), la Smilace (Smilax aspera), l'Edera (Hedera helix) e la Clematide (Clematis sp. ), quasi a diffesa delle specie del sottobosco quali felci, muschi, licheni, viole, ciclamini e molteplicipecie di variegati funghi. 


Il contingente arboreo è incrementato anche da: Olivastro (Olea europaea var. sylvestris), Pioppo (Populus alba), l'Olmo (Ulmus minor), il Salice rosso (Salix purpurea), il Frassino meridionale (Fraxinus oxicarpa), Sughera (Quercus suber) e Roverella (Quecus pubescens).


Pioppi neri in inverno con funghi a mensola Laddove il bosco si dirada in conseguenza di fenomeni di decespugliamento, dovuto a pascolo e incendi, fa la sua comparsa la macchia, che si classifica in:



  • macchia a Lentisco (Pistacia lentiscus) e Olivastro (Olea europaea L. var sylvestris);
  • macchia a Mirto (Myrtus communis);
  • cisteto (Cistus monspeliensis), in zone sottoposte a ripetuti incendi o degrado;
  • macchia ad Erica (Erica arborea) e Corbezzolo (Arbutus unedo);
  • macchia ad Euforbia arborea (Euphorbia dendroides);

Indice di degrado della macchia, la gariga è una forma vegetazionale tipica di terreni in cui affiorano rocce, segnata dall'assenza di specie arbustive e dalla presenza di suffrutici. È ben rappresentata dalla Ginestra (Genista morisii) e dall'Elicriso (Helichrysum italicum), dall'Erba gatto (Teucrium marum), dalla Lavanda (Lavandula stoechas) e dall’erba delle streghe (Stachys glutinosa).


Formazioni erbacee con assenza di specie legnose caratterizzano il pascolo, il prato, la steppa, o la pseudosteppa.


La vegetazione ripariale del Rio Mogoro Lungo i corsi dei torrenti, specialmente nei fondovalle e presso gli argini del Rio Mogoro, segnano la presenza dell'acqua e rappresentano un tipo di vegetazione ripariale i Pioppi, i Salici, gli Olmi, i Frassini, le Tamerici, le Canne, le Tife i Giunchi ed i Carici.


Trattazione a parte meritano i boschi artificiali creati dall'uomo con l'introduzione di specie non autoctone, generalmente conifere ed eucalipti che alterano l'ambiente naturale. Ma negli ultimi anni si è passati all’impianto di un impianto misto che associa alle conifere le specie mediterranee tipiche della Sardegna.


Fauna



BiaccoScomparsi ormai da tempo i grossi mammiferi ungulati quali cervo e daino o uccelli predatori come l'aquila o "spazzini" quali il grifone e l'avvoltoio, la fauna autoctona annovera oggi fra i mammiferi, la volpe, il coniglio, la lepre, la donnola, il riccio;
fra i rettili: biacco e natrici, gongilo, lucertole, gechi; tra gli anfibi: raganella, rospo smeraldino; tra il vasto campionario degli uccelli: gheppio, poiana, picchio rosso, ghiandaia, gruccione, corvo imperiale, pernice, cornacchia grigia, storno nero e merlo.


Natrice viperinaLe varie specie faunistiche occupano, a seconda delle proprie esigenze, nicchie ecologiche specifiche al proprio adattamento. Nel bosco, se si sarà fortunati, si potrà intravedere la Martora (Martes martes), la Donnola (Mustela nivalis), il Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major), frequente specialmente nelle pioppete.
Nelle zone umide durante i mesi più freddi sono presenti la Beccaccia e il Beccaccino. Durante la stagione calda si possono ammirare le numerosissime colonie di gruccioni dal meraviglioso piumaggio variopinto, l'Upupa (Upupa epops) e l'Averla capirossa.


Una cornacchia grigiaLo stravolgimento degli habitat naturali, il bracconaggio e la caccia spietata verso gli ultimi esemplari di Cervo (Cervus elaphus) e Daino (Dama dama), presenti fino alla meta del secolo scorso, hanno segnato la completa estinzione di alcune specie che popolavano numerose il vicino Monte arci ed anche il territorio di Mogoro.


Nel principale corso d’acqua del territorio, il Rio Mogoro, ricordiamo infine tra i pesci la Carpa, la Tinca (introdotte dall’uomo) e l’Anguilla (autoctona).


Il fiume e l'uomo



Il Rio Mogoro presso CraccaxiaDove c’è acqua c’è vita. E il Rio Mogoro con i suoi affluenti e rigagnoli è sempre stato fonte naturale di utilizzo e sostentamento per le popolazioni che si sono susseguite nel tempo. Con l’azione delle sue acque torrentizie ha trasportato a valle l’ossidiana (l’oro nero dell’antichità), utilizzata dalle popolazioni preistoriche per la preparazione degli arnesi e utensili per il lavoro, la caccia e la pesca. Ha trasportato i ciottoli e la sabbia che l’uomo ha utilizzato per la costruzione di strade, piazze e cortili, ha prodotto energia per tanti mulini ad acqua che l’uomo deviando il suo corso ha utilizzato per macinare il grano per il fabbisogno delle sue popolazioni.


Scorcio del fiumeLe piante che crescono spontanee a ridosso del fiume e negli anfratti come il pioppo bianco e nero, s’abiu, s’àxibi e s’ollastu de frummini da sempre sono state utilizzate in svariati modi come la fabbricazione di scanni, sedie, piattaie, tavoli ed altri mobili di indispensabile necessità compresi travi e travicelli per le case, ed anche per fabbricare i robusti carri. 


Nel Rio Mogoro insieme alla tifa abbonda anche la canna domestica che per le sue doti di resistenza è considerata la migliore in assoluto, adattissima per costruire sottotetti, case e anche per i soffitti delle antiche chiese, per strumenti musicali quali le launeddas, suittus, benas e pippaiolus per le sue doti di assoluta sonorità.


Uno sbarramento nel fiumeMa in questo rivo, chiamato “Sacro” da punici e romani l’elemento di maggior rilevanza a memoria d’uomo è sempre stata la grande presenza dell’anguilla (Anguidda fillatrotta) molte volte in letargo (Anguidda allobada). Nel solo territorio di Mogoro esistono ancora una cinquantina di sbarramenti a fiume (nassas) che convogliando le acque in un unico passaggio con una robustissima rete (fibau), permette di imprigionare l’abbondantissimo pescato contribuendo al sostentamento della popolazione della zona. 


Nel passato e fino a non molti anni fa erano presenti e si pescavano anche le alborelle, i gamberetti ed anche le ormai rare arselle e cozze d’acqua dolce (coccioba e cozzas bambas) che si trovavano nelle acque basse delle numerose anse e guadi sabbiosi.


CarpaPresenti assieme al picchio rosso minore sono i rallidi come il porciglione, le gallinelle d’acqua ed anche il pollo sultano. E non mancano gli anatidi come i germani reali e, nel periodo di passo, anche le alzavole e le marzaiole che assieme al martin pescatore, al merlo ed al merlo acquaiolo, al picchio rosso minore, alla ballerina gialla ed altre specie come le cannaiole danno colore caratterizzando il paesaggio fluviale. Sono presenti anche le tartarughe e la biscia d’acqua e abbondanti sono le comuni tinche e carpe che l’uomo da sempre ha pescato con metodi antichissimi come reti, ami e addirittura a mano libera (abbruzzadura) ed anche avvelenando il fiume col metodo de s’alluadura, utilizzando euforbia, dafne-gnidio, e cipolla marina. 


La pesca con la bilancia nel Rio MogoroMa l’uomo del fiume si è sempre servito in svariati modi, utilizzando le sue acque per le irrigazioni delle sue fiancate dove la moltitudine di svariate piante come il melograno, il cotogno, i fichi, le ciliegie, le albicocche e le prugne formano ancora dei veri e propri giardini.

Il fiume è stato anche luogo di refrigerio e divertimento durante il periodo delle calure estive dove soprattutto i ragazzi - a volte anche contro la volontà dei genitori - imparavano a guazzare e nuotare con la speranza un giorno di poter dimostrare le loro capacità natatorie nel tanto desiderato mare.

 

 

 

 

 

ITINERARI


Archeologico



Nuraghe Nieddu: particolare della torre centraleIl territorio di Mogoro è ricco di numerose testimonianze archeologiche e si presta a diverse escursioni. Abbiamo individuato questo invitante percorso per chi volesse intraprendere l’avventura di una interessante passeggiata, possibile in tutte le stagioni, attraverso i numerosi siti nuragici per goderne appieno le bellezze.


La partenza l’abbiamo individuata dal nuraghe monotorre rifasciato Su Guventu [1], appartenente al periodo Monteclaro. Da lì ci si avvia lungo il sentiero nuragico di Siaxi [2] in direzione del complesso monumentale Nuraxi Nieddu [3]  frequentato dall’uomo fino al periodo punico e poi romano. La veduta della lussureggiante vallata del Rio Mogoro con l’incedere delle sue acque attraverso il suo tortuoso percorso e gli intricati boschi di leccio e macchia mediterranea in lontananza ci invitano a proseguire. Dopo aver attraversato il Rivo Sacro, scegliendo tra i suoi numerosi guadi, si punta vogliosi in direzione di un altro importante complesso nuragico, il Nuraghe Arrubiu [4], così chiamato per i licheni presenti nelle sue poderose strutture murarie. In questa località è d’obbligo una pausa.
Ceramiche della cultura di OzieriSubito si riprende il viaggio in direzione della stazione prenuragica di Puisteris [5] dove attraverso le vigne e terreni incolti si possono intravedere numerose scaglie di ossidiana e qualche frammento di vasellame, testimonianza dell’antico passaggio dell’uomo nel periodo della civiltà di Ozieri.


Da lì spaziando con lo sguardo si osserva in profondità il pianeggiante Campidano con i suoi numerosi paesi, l’alta ed affusolata collina del Monreale col suo dominante castello, antica fortezza dei Giudici di Arborea. In lontananza gli alpestri monti del Linas, del frastagliato Arcuentu con l’immagine dormiente della mitica Eleonora, regina e indomita guerriera dei Sardi. Si prosegue in direzione del Monti Nieddu, adagiando lo sguardo sull’argenteo stagno di Marceddì e il vasto azzurro del golfo di Oristano, chiuso in un abbraccio dal promontorio di capo San Marco dove, in giornate favorevoli, ad occhio nudo si possono intravedere le vestigia della città fenicio punica romana di Tharros.


Il Nuraghe Cuccurada al tramontoMa l’occhio ancora voglioso di emozioni si imbatte nel santuario nuragico di Cuccurada [6] che invita a corte per parlare del suo sofferto ed importante vissuto, ancora in gran parte da esplorare, e, come padrone all’ospite, intriga benevolo a godere delle sue sontuose bellezze rivelando segrete storie che forse altri non hanno saputo o voluto ancora ascoltare. E invoglia alla sosta suggerendo di portar fuori il frugale desinare per assaporare la convivialità del pranzo con i compagni di avventura per levare poi i traboccanti calici in direzione della Cantina di Mogoro per un brindisi benedicente.


Ma occorre affrettarsi perché un altro fratello minore aspetta: è il Nuraxi de Mudegu [7]. Dopo un saluto riverente, è necessario accelerare il passo in direzione del Nuraghe di Arrazzu [8] e, con attenzione, osservarne le ciclopiche cinte murarie, che parleranno di gloriose storie resistenziali ed anche delle ultime lingue parlate dai conquistatori punico-romani. E ricorderanno anche i tesori nascosti con le innumerevoli monete che servirono per il salarium degli schiavi liberti che tanto sudore versarono per fecondare queste ubertose terre con la speranza un giorno di esserne padroni.


Nuraghe Arratzu: particolare costruttivoPrima di intraprendere la salita del costone immacolato che porta verso gli asfodeli de sa struvina come ultimo regalo si assapora la bellezza amena della località di Scarrebi, con i suoi odorosi e profumati giardini, gli ulivi secolari, con le sue perenni sorgenti da dove un giorno l’offerente dell’idolo orante del Nuraghe Mont’e Ita [9] levò le sue preghiere. Da lì, si riprende la via del rientro augurandocisi: “atras ortas cun salludi”!.


Storico - culturale - religioso



La facciata della chiesetta campestre di CarcaxiaNell’area che circonda lo svincolo per Mogoro al km 62 della SS 131 prima di arrivare al paese è consigliabile fare tappa nella chiesetta di Santa Maria Carcaxia [1] risalente al X-XII sec. Per arrivarci è necessario oltrepassare gli svincoli per Mogoro, Oristano e Cagliari e subito dopo quello per la cantina “Il Nuraghe”, imboccare la strada tra i vigneti che costeggia la Carlo Felice.


Brevissimo il tratto da percorrere e suggestivo lo spettacolo della natura che si apre davanti allo sguardo tra mandorli, vitigni e olivi in bella mostra. Spazioso il grande prato che circonda la chiesa in pietra che apparteneva con probabilità a una villa medioevale facente capo all’antica Curatoria di Bonòrcili, distrutta dai Saraceni nel XV secolo. Tutt’intorno alla chiesetta un bel parco attrezzato per pic nic a contatto con la natura o per una piccola pausa prima di riprendere la passeggiata fino ai resti di Bonòrcili [2]. 


Ruderi della chiesa di San Pietro: particolare delle muraL’antico villaggio, per tanto tempo capoluogo della Curatoria di Bonorzuli, merita una breve sosta perché immerse nelle campagne coltivate dai tipici colori e profumi del Campidano si trovano i ruderi dell’antica chiesa parrocchiale di Sant’Anastasìa e qualche traccia della chiesa di San Giorgio.


Spostandosi poi in direzione della SS 131, quasi di fronte al rifornitore di carburante Agip si raggiungono i ruderi di un’antichissima chiesetta, sorta laddove un tempo vi era un antico sito romano, San Pietro di cui rimane ben poco. Sconsacrata e abbandonata, gran parte del materiale di spoglio servì ad ingrandire la chiesa di Sant’Antioco di Mogoro [3].


L'abside della chiesa della Madonna del CarmineLasciate le campagne di Mogoro si riprende la strada provinciale 44 e si raggiunge il centro abitato. E se si lascia la via Gramsci sulla destra seguendo le indicazioni per raggiungere Gonnostramatza, niente impedirà di fare un salto nel passato raggiungendo l’incantevole chiesa della Madonna del Carmine [4], il giardino fiorito e il convento dei carmelitani ad essa annesso. Sorta in quella che un tempo era la periferia del paese, la piccola chiesa mononavata mostra elementi che riportano al romanico pisano, ma con chiare concessioni al gotico successivo ed è quasi dominata dal vicino nuraghe Su Cunventu che spicca sul cucuzzolo della collina.


La parrochialeCon una breve passeggiata tra le strette viuzze del centro storico, tra i portali tipici della Marmilla e muri in pietra, si raggiunge con facilità la chiesa di San Bernardino da Siena [5], attuale patrono di Mogoro. Risalente con probabilità al Seicento, la bella chiesa oggi completamente restaurata e riportata all’antico splendore, colpisce per la ricca architettura tra romanico e barocco, per il grande altare marmoreo del 1700 e per la lucentezza dei colori delle scene pittoriche realizzate, nel 1933, dal pittore cagliaritano Baciccia Scano. Lasciata la chiesa parrocchiale, attraversando la piazza antistante si possono ammirare le costruzioni dell’antica pretura, del vecchio comune, ma anche della casa Grussu, oggi restaurata, e di alcune case signorili. Procedendo sulla destra lungo la via Gramsci, che divide il paese, si raggiunge la chiesa di Sant’Antioco [6] e l’annesso vecchio cimitero. La piccola chiesa pare dominare dall’alto quest’angolo del paese che con la piazza omonima rappresenta da tempo il cuore pulsante delle attività economiche e dello shopping, ma anche dello svago e delle feste dei mogoresi. Superata la grande scalinata in basalto della chiesa, ci si può affacciare sul retro. Da lì si aprirà davanti agli occhi lo spettacolo delle campagne di Mogoro con la collina di Cruccu e la panoramica di colline che arriva fino al nuraghe Genna Maria di Villanovaforru e l’altopiano di Siddi.


Ambientale



La collina di Pala Cerbu con la neveIl viaggio attraverso la scoperta delle bellezze naturalistiche del territorio incomincia dalla periferia sud-orientale del paese di Mogoro. Lasciamo le ultime case di via Eleonora dirigendoci per la strada che conduce a Gonnostramatza: dopo poco, giunti all’incrocio per la diga, svoltiamo a destra per la strada diretta verso la valle fluviale del Rio Mogoro.


Alla prima biforcazione lasciamo la strada asfaltata e, virando a sinistra, percorriamo una carrareccia che si snoda in discesa fra due morbide colline: Cuccuru s’Arrecca, alla nostra sinistra, e Pala Xrebu sulla destra. Quest’ultimo toponimo, che letteralmente significa “versante del cervo”, è molto importante e testimonia la passata presenza del cervo sardo nel territorio. Deviando ancora a destra e subito a sinistra, dopo circa 2 km dalla partenza arriviamo finalmente alla prima tappa dell’itinerario: siamo nel Rio Mogoro, esattamente in località Pedra Funtà [1]. Questo sito, preannunciato da una filare di imponenti roverelle (arroi), si caratterizza per la presenza di un peculiare attraversamento del guado, Is Pontis de Pedra Funtà, costituito da blocchi di roccia disposti abilmente dall’uomo per consentire di superare il fiume, a piedi, ed arrivare sulla sponda opposta. Particolare attenzione meritano i monumentali pioppi bianchi (linnarbu) che allignano nelle rive di questo guado.


Ruderi di un antico mulino ad acquaRitorniamo sui nostri passi e, al primo incrocio, deviamo a sinistra proseguendo per la strada bianca sino al prossimo crocevia distante circa 1 km. Qui giriamo ancora a sinistra per arrivare, dopo poche centinaia di metri, alla nostra seconda tappa contraddistinta da un altro guado, Su ‘Au de Canabi [2] (il guado di Canabi): anche questo attraversamento è contraddistinto da Is Pontis, ma anche dalla presenza di un tipico sbarramento per la pesca delle anguille: Sa Nassa. La presenza dell’uomo e del suo rapporto col fiume, lo si può notare ancora nei pochi ruderi di un antico mulino ad acqua che sorgeva poco distante dalla sponda destra del fiume.


Il rio Mogoro scorre tra gli altopiani basaltici di Sa Struvina e PerdianaContinuiamo il nostro percorso, tornando indietro dal guado e svoltando a sinistra, attraversando la valle di Canabi in direzione della corrente del fiume che serpeggia fra i due altopiani basaltici di Sa Struvina, sulla nostra destra, e Perdiana, sulla sinistra. Osservando attentamente i versanti di questi pianori vulcanici è possibile individuare alcuni aspetti della vegetazione arbustiva, rappresentata dalla tipica macchia mediterranea, e alcuni lembi di vegetazione boschiva a Leccio (Ixibi) come in località Padenti (a sinistra), Conca Menga e Poestius (a destra).


Dopo 2 km dal guado di Canabi giungiamo alla terza tappa rappresentata dalla Diga di Santa Vittoria [3]: in questa località è facilmente osservabile, dall’alto della strada, la vegetazione ripariale del fiume costituita prevalentemente da pioppi bianchi (Linnarbu) e pioppi neri (Pubuia), salici (Saxibi) e Frassini (Ollastu’e Frummi) che formano un’interessante tunnel verde a ridosso della diga. Con lo sguardo a sud notiamo lo stacco paesaggistico fra l’altopiano vulcanico di Perdiana e le colline mioceniche di Muntonargi, ammantate dalla prateria ad Ampelodesmo o Saracchio (Cruccuri), con la sua tipica infiorescenza a “pennacchio” alta più di un uomo.


Ginestre presso CruccuSuperiamo la diga sino ad arrivare, dopo un chilometro, all’incrocio con la strada provinciale che conduce a Mogoro: proseguiamo diritti attraversando il manto asfaltato, proprio sotto il nuraghe di Cuccurada che svetta in alto sulla nostra destra. Ci troviamo ora nella piana ai piedi dell’altopiano Sa Struvina, sotto il suo versante occidentale chiamato Sa Corona Manna: qui, fra i blocchi di roccia basaltica, la macchia mediterranea esalta i suoi colori ed i suoi profumi e s’intreccia con le numerose specie rampicanti quali la Smilace (Tintioi), la Madreselva (Mamm’e Linna), la Rosa sempreverde (Arrosa budra), le Clematidi (Sinziillu) il Tea siciliano (Erba de Coillus), l’Asparago (Sparau) e la Robbia (Appiciga-piciga). Al successivo crocevia si volta a destra, imboccando la valle di Serra Muru-Is Carrelis e dei suoi corsi d’acqua che affluiscono al Rio Mogoro: continuando, mantenendoci sempre sulla destra, risaliamo proprio il Rio Is Carrelis, sotto il Monte Itta che sorge sulla sinistra. La nostra quarta ed ultima tappa è alle porte. Terminata la ripida salita di Monte Itta, ci troviamo sull’altopiano di Sa Struvina [4]: fra la gariga ed i piccoli ristagni temporanei d’acqua in primavera assistiamo alla spettacolare fioritura di numerose specie di orchidee e della Ginestra del Moris (Ciorixina).


Il viaggio intrapreso termina a 2 km dove, nuovamente a Mogoro, è possibile ristorarsi ed avventurarsi in nuovi ed entusiasmanti itinerari alla scoperta del territorio.


Enogastronomico e dell'artigianato locale



La cantina sociale Il Nuraghe Mogoro è anche tradizione agricola e vitivinicola. È il primo incontro con quest’antica tradizione che rappresenta una parte importante dell’attuale economia lo si ha al bivio della SS 131 al km 62. Qui campeggia infatti la grande torre bianca della cantina “Il Nuraghe” in cui è consigliabile fermarsi per la prima tappa del nostro itinerario tra tradizioni e cultura locali. Nell’esposizione, visitabile e annessa alla cantina, si potranno assaggiare e acquistare le bottiglie dei tanti vini doc prodotti.


Dopo aver fatto tintinnare i bicchieri è possibile riprendere la strada provinciale 44 per raggiungere il centro abitato sito a 5 chilometri di distanza. Se il periodo è quello dell’ormai tradizionale Fiera del tappeto e dell’artigianato mogorese (fine luglio - prima quindicina di agosto) tappa imperdibile è piazza Martiri della Libertà e il centro polifunzionale facilmente raggiungibile seguendo le indicazioni poste sulla via Gramsci.
Interno della fiera del tappeto Varcata la soglia ci si troverà avvolti dalla magica atmosfera di un mondo fatto di tradizioni, usi e costumi d’altri tempi raccontato da manufatti di indescrivibile bellezza. Arazzi multicolori, tappeti di lana grezza intessuta, tende e asciugamani in lino, gioielli in ossidiana e oro, salottini e cassapanche in nodoso ginepro, tavoli, scanni, ceramiche variopinte, quadri che ricordano spaccati d’una vita contadina spesso scomparsa e non lontano stand dedicati all’agroalimentare.


In periodi diversi però si potrà far visita a botteghe artigiane del legno e laboratori tessili costellati di arazzi e telai in legno presenti nel paese e non perdere l’occasione di vedere come dalle abili mani e dall’antica sapienza degli artigiani nascono i piccoli tesori in legno e tessuto.


Verdura esposta nel portone di casa Dopo il tuffo nello shopping più tradizionale si potrà pranzare all’insegna della tradizione in uno dei locali del paese, per poi fare una passeggiata per il centro assaggiando il pane, su civraxiu e sa costedda, o i dolci tipici della Marmilla, ma anche ammirando eventualmente le chiese.


Se si visita Mogoro d’estate sarà inoltre possibile partecipare a una delle serate dell’Estate Mogorese con balli folk con il costume tradizionale, serate musicali o teatrali, magari in lingua sarda.
Il tutto magari dopo aver cenato in uno dei numerosi ristoranti o pizzerie del paese che offrono menù a base di antipasti e primi tipici e secondi di carne come il maialetto arrosto.


Ricettività



Ristoranti e Pizzerie



  • Da Egisto, S.S. 131, km.62,500 - tel. 0783 990286
  • Il Semaforo, via Gramsci 85 - tel. 0783 990548
  • L'Airone, via Gramsci - tel. 0783 990045
  • S’Arrabotta, via Gramsci vicino al distributore Q8 - tel. 0783 997083
  • Dino e Tonina, via Virgilio 2 - tel. 0783 991713 / 349 5798961
  • Rosty Pizza di Secchi Marco, via S. Antioco 2 - tel. 0783 991661 / 340 8283814
  • Rosticceria e Pizzeria dello Sport, via Nuova 33 / 35 - tel. 0783 991042

Hotel - Agriturismi - Bed&breakfast


A Mogoro non ci sono Hotel o agriturismi. Ci sono però due Bed&Breakfast.


Bed & breakfast "Casa Marchinu"
Bed&breakfast Casa MarchinuDi recente apertura (luglio 2005) il Bed&Breakfast “Casa Marchinu” realizzato in un vecchio magazzino per il grano del primo mulino sorto a Mogoro nei primi anni del 1900 e di proprietà della famiglia Marchinu. Suggestiva l’architettura e particolarmente felice la posizione, in pieno centro del paese, a due passi dal realizzando teatro e dalla chiesetta di Sant’Antioco. Tre camere a disposizione, di cui 2 matrimoniali (una sola con il bagno in camera) e una con 2 letti singoli per un totale di 6 posti letto.


Per informazioni: Signora Rita Marchino, via A. Gramsci 254 Mogoro (OR) - tel. 349 6418345
e-mail: info@casamarchinu.com


Bed & breakfast "Casa Floris"
Casa Floris Sito nel cuore del paese, in pieno centro, il piccolo bed&breakfast sorge in un’ala di un’antica casa campidanese restaurata. Offre 2 camere di cui una doppia e una singola. Il bagno è a disposizione per i soli ospiti. Dallo stretto vicolo è facilmente raggiungibile con una breve passeggiata la chiesa di San Bernardino e quella di Sant’Antioco con l’omonima piazza, ma anche il verde del parco comunale e il centro polifunzionale di piazza Martiri della libertà dove tra fine luglio e i primi di agosto viene allestita la tradizionale fiera del tappeto e dell’artigianato.


Per informazioni: Signora Alda Floris, via Garibaldi 14 Mogoro (OR) - tel. 0783 990384


Bed & breakfast "Nonna Peppina"
B&B Nonna Peppina - Particolare internoIl Bed & Breakfast "Nonna Peppina" si trova nel pieno centro del paese in via Mannu 64 in un'abitazione tipica sarda costruita alla fine del 1800 e, in parte restaurata nel 1945 riporta fedelmente lo stile e l'arredo sardo con mobilia originale e pavimento in legno. Il B&B offre 3 camere di cui 2 doppie e una singola e il bagno riservato agli ospiti.


Per informazioni: Stefano Spanu, via Manno 64 - Mogoro (OR) - cell. 340 9265601
e-mail: info@bb-nonnapeppina.com - sito web: www.bb-nonnapeppina.com

 


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