Il museo Galluras è un museo privato, nato dagli sforzi e dalla
passione di due galluresi che sono riusciti a conservare non solo
l’abitazione in sè, ma anche tutti gli antichi oggetti che
accompagnavano la vita quotidiana degli abitanti di questo paese.
Attraversarne le stanze e scoprire che ogni oggetto aveva una sua vita
e una sua utilità fa capire la seria, intelligente e umile
organizzazione della vita di un tempo che, consapevole dell’importanza
di ogni singolo utensile, sapeva rispettarlo, utilizzarlo e riciclarlo
dando così profonda importanza a tutto ed evitando la società dello
spreco in cui viviamo oggi.
Percorrendo questo museo ci accorgiamo che tutto ciò che serviva alla
famiglia e al suo sostentamento veniva prodotto in casa, dal pane
quotidiano, agli oggetti più complessi come le scarpe. Camminando per
queste stanze non possiamo non percepire una muta accusa nei confronti
della nostra moderna società che al contrario ci fa acquistare e
gettare via senza dar peso a nulla se non al denaro, che
paradossalmente ci serve per comperare ciò che poi buttiamo nella
spazzatura. Il museo non è solo un’occasione per guardare al nostro
passato ma per imparare dai nostri avi a ridare un senso al nostro
futuro.
Il
museo contiene ben 5000 reperti pazientemente raccolti e conservati
dalla fine del 1400 alla prima metà del 1900 da PIER GIACOMO PALA che
ne cura l’impostazione, la direzione e la promozione. Qui tutto è stato
utilizzato e tramandato di padre in figlio. Un’interessantissima visita
guidata con minuziosa narrazione fa rivivere al visitatore ogni
ambiente, ci si sente realmente proiettati indietro nel tempo. Varcata
la porta d’ingresso si torna all’antica vita gallurese e se ne respira
la quotidianità. Nascita, infanzia, amore, lavoro, morte, rinascita...
questo luogo contiene tutto questo.
Piano terra - il lavoro
Molto spazio è dedicato al lavoro che costituiva la principale forma di
sostentamento, sia dal punto di vista del guadagno, che del nutrimento
vero e proprio, in quanto era necessario “auto prodursi” tutto il
necessario per sé e la propria famiglia, dal tappo di sughero per
chiudere la bottiglia di vino al vino stesso.
Il
Piano terra è dedicato all’agricoltura, alla pastorizia e al vino. Si
toccano da vicino i più svariati attrezzi per la lavorazione dei campi,
e per la produzione dei derivati del latte e del vino. E’ presente una
particolare collezione di cavatappi tra cui uno da taschino. Vi è anche
un carro.
Primo piano - la famiglia
Il primo piano riguarda la casa vera e propria con cucina, sala da
pranzo e camera da letto. Nella sala da pranzo vi è una credenza, una
cassapanca per conservare il pane, una piattaia, un tavolo estensibile.
Era il luogo dell’incontro e della festa, spesso capitava che ci si
riuniva attorno al camino ad ascoltare le novelle di narratori che si
recavano di casa in casa (una sorta di cantastorie medievali, mestiere
passato di moda non troppo tempo fa).
La
cucina è un’esplosione di ogni tipo di utensile, qui si faceva tutto in
casa dal pane ai biscotti. Nella credenza sono conservati alcuni esempi
di “pane degli sposi”, il pane elaborato che veniva donato il giorno
del matrimonio in segno di prosperità. Gli esempi che qui si possono
ancora osservare risalgono al 1945, una rarità se si pensa che il pane
non dura più di 7/8 anni.
il pane degli sposi
Nella
camera da letto spicca all’occhio l’angolo della riparazione delle
calzature, fatto quantomeno curioso dato che la casa era abitata da una
famiglia benestante. Ebbene la capacità di autoriparazione delle scarpe
era un privilegio anche per i più ricchi essendo un oggetto
indispensabile e molto costoso.
l'angolo della riparazione delle scarpe
Fortunato
era chi sapeva rammendarle perché portava in casa un risparmio davvero
elevato. Inoltre gli strumenti di riparazione venivano conservati nella
camera da letto dei genitori in quanto l’accesso qui era severamente
vietato ai bambini, evitando così che si ferissero con la complicata
strumentazione del calzolaio.
Secondo piano - lavorazione del sughero e della lana
L’ultimo piano è dedicato alla lavorazione della lana e del sughero. E’
presente un telaio orizzontale che la donna utilizzava sdraiata.
la lavorazione del sughero e il telaio per quella della lana
Il martello della Femina Agabbadora
Nella camera da letto al primo piano si trova un oggetto incredibile,
l'ultimo ad oggi rimasto in tutta la regione, fatto che rende il museo
unico in Sardegna. Sul letto della fine dell’800, impreziosito da
testate di ferro battuto, è presente un sacchetto nero di velluto che
contiene il martello della "Femina Agabbadora". Occorre sciogliere il
nodo lentamente e con cura, perchè ciò che viene estratto non solo
porta in sè un importante peso fisico, ma anche morale. Il martello
molto pesante è di legno stagionato d’olivastro lungo 42 centimetri e
largo 24 con manico corto che permette di impugnarlo con sicurezza per
facilitarne la mira affinchè si potesse dare un colpo forte e sicuro.
A
prima vista potrebbe sembrare un normalissimo utensile, ma così non è
perché veniva usato dalle “Femine Agabbadore”, donne che avevano il
compito di “finire” un malato terminale, attivando così una sorta di
antica eutanasia. La donna veniva chiamata dalla stessa famiglia dello
sventuarato, ma solo quando risultava inguaribile e in preda a
sofferenze atroci. Era un'oscura donna, a volte residente nello stesso
paese, che si occupava di questa macabra pratica, mestiere considerato
“positivo” perché sapeva portare il “sollievo”, laddove medico e
preghiere fallivano miseramente. Erano vestite di nero e indossavano un
mantello, una macabra coincidenza le fa "somigliare" alla Morte, e
quando ne vedevi una, in effetti qualcuno doveva morire.
Gli
ultimi episodi sono più recenti di quanto si pensi, uno risale al 1952
a Orgosolo e uno proprio a Luras nel 1929. Curioso il verbale stilato
dai carabinieri sull'ultima "eutanasia" in cui si giustifica la morte
del malato con il fatto che “i familiari ne hanno dato il consenso”.
Il rituale della Femina Agabbadora
Vi era un preciso rituale da seguire quando una famiglia con un malato
grave prendeva la terribile decisione di chiamare la Femina Agabbadora.
In primo luogo veniva posto sotto il cuscino un piccolo giogo per tre
giorni e tre notti. Era il primo passo del rituale ”magico” con il
quale si spingeva il moribondo a “tornare alla vita”, visto che
l'esistenza di ogni essere umano era incentrato sul lavoro dei campi.
il giogo sotto il cuscino
Se
il malato continuava a soffrire allora si procedeva con una confessione
in famiglia, l’AMMENTU, gli si rammentavano all'orecchio i propri
peccati (anche quelli dimenticati!) per pentirsene prima dell’ultimo
respiro. Capitava che o il malcapitato moriva sotto il peso psicologico
di questi ricordi negativi, ma capitava a volte che si riprendeva per
il timore di finire all’inferno e per la voglia di rivalsa. Si
ritornava in sè per una sorta di desiderio di espiazione e per
rincorrere una seconda possibilità. E a volte funzionava!
Se
non si osservavano miglioramenti, allora si tentava di innescare una
forte reazione fisica, si avvolgeva il moribondo in un panno di acqua
gelata tenendolo dentro ad una botte, tentando così in extremis di
calmare il bollore della febbre, ma ciò facendo capitava spesso che
veniva ucciso da una broncopolmonite fulminante!
Insomma
laddove magia, psicologia e attacco fisico non funzionavano si doveva
ricorrere all’atto finale e, dopo un'importante riunione di famiglia,
si decideva di convocare a malincuore l’Agabbadora. In effetti era come
chiamare la Morte in persona, arrivava di notte, avvolta in un mantello
nero, solo che in mano aveva il martello al posto della falce.
Appoggiava lo strumento sul davanzale del malato, ma entrava dalla
porta principale annunciandosi con la frase “che Dio sia qui”. Veniva
accompagnata nella camera del malato, per indicare che era un volere di
tutti, faceva il segno della croce e li congedava chiudendosi
all'interno. Dopo aver compiuto il “suo dovere” avrebbe richiamato i
parenti e avrebbe pianto il trapassato insieme a loro. Un' eutanasia di
tutto rispetto, con tutte le sue regole e il suo galateo.
La
figura della Femina Agabbadora è avvolta nell'oscurità in Sardegna,
pochi ne parlano nonostante siano stati scritti dei libri. Era un
mestiere duro ma necessario per una famiglia spesso povera, che
lavorava intensamente per il proprio sostegno, una persona in fin di
vita poteva solo portare grossi disagi e sofferenze.
Una
selezione naturale "aiutata" da un'organizzazione sociale che
permetteva di salutare la propria persona cara, per rivederla
nell'altro mondo guarita e in piena salute. Un rapporto con la morte
strano, forse macabro e spaventoso, ma sicuramente più rassicurante e
migliore del nostro, perchè per loro la Signora Morte era quasi "una di
famiglia"...